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La povertà della povertà

Comunità Comune-info

Le guerre istituzionali alla povertà sono sempre servite per altri fini L'articolo La povertà della povertà proviene da Comune-info .
'Per secoli, in Europa, la condizione di povertà è stata considerata una virtù ; “poveri” era l’opposto di “potenti”, più che di ricchi. Di fronte all’attuale crisi del clima, della società e della cultura, si potrebbe forse perfino sperare nel recupero di quella virtù . Mentre lottiamo per contrastare e dissolvere la distruzione continua che ci sovrasta, dobbiamo rinunciare al consumismo atroce che ci fa complici di essa, combattendo coloro che la producono, siano essi governi o corporation . La Banca Mondiale progettò programmi neoliberisti che ‘individualizzarono’ i poveri, frammentandone le comunità e le aggregazioni per spingerli al c onsumo. Vennero adottati con entusiasmo dai governi progressisti (come quello di Lula ) e conservatori ma mai agirono contro i ricchi né contro la struttura della disuguaglianza. Le guerre istituzionali contro la povertà non hanno mai affrontato le radici di ciò che promettono di fare e aggravano il problema invece di risolverlo. La situazione di miseria a cui condannano, la povertà modernizzata in cui si trovano coloro che sono stati privati delle loro capacità di sostentamento autonomo, sono conseguenze inevitabili di un regime ingiusto e devastante. Oggi, il governo messicano di AMLO si dice di sinistra, però non può e non vuole schierarsi contro il capitalismo, come molti di noi vorrebbero. Potrebbe però almeno ascoltare la gente che gli sta urlando che non vuole i suoi megaprogetti sviluppisti ma esige servizi pubblici migliori e aiuti, a livello di comunità e aggregazioni sociali, che tutelino la sussistenza autonoma Le foto sono di Massimo Tennenini Prima di tutto i poveri è lo slogan più popolare del nuovo governo (messicano, ndr ). Rispecchia una posizione etica e politica molto apprezzata e riconosciuta, valida specialmente in circostanze come quelle attuali. Perfino il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, la fabbrica dei poveri che anche l’attuale presidente aveva denunziato, ha sottolineato da poco l’importanza di correggere il percorso del capitalismo , date le disuguaglianze sempre eccessive, anche se le percentuali della povertà si sono ridotte in tutto il mondo a partire dal 1980. La povertà si presenta come una condizione che esiste realmente. Vi sono istituzioni che la misurano, accademici che dedicano la loro vita a studiarla e governi e istituzioni che si prefiggono di porvi termine, o almeno di ridurla. Viene associata a una serie di carenze: si definiscono poveri coloro a cui mancano certi beni o servizi. La povertà, pertanto, è un puro confronto soggettivo che squalifica coloro che vivono al di sotto di un livello di vita definito arbitrariamente. Per un certo tempo si è impiegato il livello delle entrate come modello: erano povere quelle persone e quelle nazioni  che non possedevano quello che veniva considerato il minimo accettabile. Il livello di riferimento è andato cambiando e oggi è collegato a un pacchetto di beni e servizi che si presume definisca la condizione minima di un cittadino normale. Chi non ha accesso ad essi verrà considerato povero. Con le guerre contro la povertà, i governi hanno cercato di attenuare l’instabilità sociale e consolidare lo sviluppo capitalista. Nell’epoca neoliberista, la Banca Mondiale progettò programmi che ‘individualizzarono’ i poveri, frammentando le loro comunità e le loro aggregazioni e trascinandoli nel c onsumo grazie a trasferimenti finanziari diretti che ampliarono i mercati interni. Questi programmi vennero adottati con entusiasmo sia da governi progressisti, come quello di Luiz Inácio Lula da Silva, sia da governi conservatori. Ma mai operarono contro i ricchi né contro la struttura della disuguaglianza. In Messico vennero adottati fin dai tempi di Carlos Salinas [presidente del paese dal 1988/1994 – ndt], che usò parte delle risorse derivate dalle privatizzazioni in modo clientelare. Così vengono usate ancora oggi. I cambiamenti introdotti dalla nuova amministrazione cercano di eliminare la corruzione nella concessione degli aiuti e promuovono ulteriormente il principio dell’individualizzazione dei trasferimenti, come nel noto caso dei locali di ritrovo. Questo può provocare, come ho già denunciato in queste pagine, “la repentina prosperità di bar e locali notturni dove si pratica la table dance [letteralmente il ‘ballo sul tavolo’, esibizione spesso associata allo sfruttamento sessuale, ndt] e la vendita massiccia di cellulari” [si veda l’articolo pubblicato dall’autore su La Jornada lo scorso 20 maggio – ndt]. Le guerre contro la povertà non hanno mai affrontato le radici di quello che promettono di fare e aggravano il problema invece di risolverlo . La situazione di miseria a cui condannano molte e molti, la povertà modernizzata in cui si trovano coloro che sono stati privati delle loro capacità di sostentamento autonomo, come molte altre situazioni insopportabili della nostra società, non sono castighi divini o disgrazie accidentali. Sono conseguenze inevitabili di un regime ingiusto e devastante. La guerra deve esserecondotta contro queste cose, non contro le vittime. Si deve inoltre combatterela complicità di coloro che si trovano sopra il livello di povertà e adottanoun modello consumista insensato e di rapina, in cui si vogliono inserire anchei poveri. Può avere un qualche senso trasformare alcuni miserabili in poveri; la loro situazione disperata non può continuare fino a quando si realizzino le trasformazioni necessarie. Però solo se fare questo è parte di una guerra contro il regime che genera tutti questi problemi, con piena coscienza delle sue deleterie implicazioni ecologiche e sociali. Il nuovo governo tuttavia è ancora in tempo per correggere l’atroce dispositivo che ha ereditato e ha ampliato, perché stabilizza in forma individualizzata e dipendente una condizione umiliante e intollerabile che acuisce le disuguaglianze e le ingiustizie. Non può e non vuole schierarsi contro il capitalismo, come molti di noi vorrebbero. Però potrebbe almeno ascoltare la gente che gli sta urlando che non vuole  i suoi megaprogetti sviluppisti e che esige servizi pubblici migliori e aiuti, a livello di comunità e aggregazioni sociali, che tutelino la sussistenza autonoma.  L’eliminazione di appoggi clientelari e corrotti quali le intermediazioni manipolatrici non deve cancellare la relazione con soggetti collettivi reali. Vi è saggezza ecompassione nella ricchezza del linguaggio popolare che descrive la situazionedi persone che si trovano di fronte a difficoltà particolari. Nella lingua persiana, più di 30 parole definiscono coloro che oggi si trovano nella categoria oscurata dei poveri. Per secoli, in Europa, essere poveri era una virtù; era l’opposto di “potenti”, più che di ricchi. Forse, di fronte all’attuale crisi del clima, della società e della cultura, la principale speranza è il recupero di questa virtù. Mentre lottiamo percontrastare e dissolvere la distruzione continua che ci sovrasta, dobbiamorinunciare radicalmente al consumismo atroce che ci fa complici di essa,combattendo coloro che la producono, siano governi o corporation . *email protetta con javascript* traduzione a cura di camminardomandando Link all’originale suLa Jornada  La pobreza de la pobreza L'articolo La povertà della povertà proviene da Comune-info .'

Il diritto alle armi

Comunità Comune-info

Il governo ha indebolito le norme che regolano il mercato delle armi leggere L'articolo Il diritto alle armi proviene da Comune-info .
'Il governo Conte ha raddoppiato il numero di armi sportive detenibili invece di ridurlo. Ma il numero degli “sportivi” è meno della metà di quello dei fucili semiautomatici in circolazione. Intanto le associazioni armiere lavorano al “modello Usa”.  Odio razziale e religioso di stampo etno-suprematista misto a fascinazioni nazifasciste e facile accesso alle armi. È la miscela esplosiva che continua ad alimentare i mass shooting negli Stati uniti e non solo. Patrick Crusius afferma di essere «un sostenitore della strage di Christchurch» in Nuova Zelanda. Lo fa nel suo delirante manifesto postato poco prima di compiere la strage nel supermercato Walmart a El Paso in Texas. L’autore della strage di Christchurch , l’etnonazionalista australiano  Brenton Tarrant , scriveva di essersi ispirato a Luca Traini , l’attentatore xenofobo che dalla sua auto  sparò all’impazzata sugli immigrati di colore di Macerata. «Difendo il mio Paese dalla sostituzione etnica e culturale portata da un’invasione», aggiunge Crusius nel suo allucinante manifesto. Crusius e Tarrant non sono soli. Prima di loro vi è stato il simpatizzante dell’ultradestra antisemita Robert Bowers , autore della strage nella sinagoga di Pittsburgh ; il giovane razzista e islamofobo Nikolas Cruz , della sparatoria di Parkland in Florida; il giovane suprematista neonazista Dylann Roof della carneficina della chiesa degli afroamericani di Charleston nel Sud Carolina. Solo per ricordarne i più recenti.Un lungo elenco nel quale – non dovremmo mai dimenticarlo – va annoverato anche il filonazista norvegese Anders Breivik che nel luglio del 2011 ha compiuto la strage con un fucile semiautomatico  regolarmente detenuto contro i giovani del Partito laburista radunati nell’isola di Utoya. Dagli Stati uniti alla Nuova Zelanda, dall’Italia alla Norvegia con un unico filo conduttore: l’ odio xenofobo , religioso e razzista. Ma con un’altra costante, troppo spesso sottovalutata: gli autori di queste stragi erano tutti in possesso di una regolare licenza per arm i. Così, mentre la propaganda politica razzista arma il cervello, il facile accesso alle armi ne agevola  l’esecuzione . Il mix è letale e ci riguarda da vicino. La “ Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza “   inviata al Parlamento italiano nel febbraio scorso indica un crescente « dinamismo della destra radicale », il cui «attivismo, di impronta marcatamente razzista e xenofoba, si è accompagnato a una narrazione dagli accenti di forte intolleranza nei confronti degli stranieri» (p. 100). Il terreno è pronto e, non serve dirlo, è costantemente fertilizzato da espliciti messaggi di stampo identitario lanciati dai leader della destra europea e italiana, non ultimo il ministro degli Interni, Matteo Salvini. Ma – si dice – da noi non è come negli Stati Uniti dove le armi si possono comprare al supermercato . «Sulle armi, l’Italia ha le norme più restrittive d’Europa», aggiunge la propaganda delle riviste patinate. Chiunque abbia preso una licenza per armi sa che non è vero . A qualunque cittadino incensurato, esente da malattie nervose e psichiche, non alcolista o tossicomane, è infatti generalmente consentito di ottenere una licenza dopo aver superato un breve esame di maneggio delle armi. E non sono poche.  Il governo Conte , su pressione della Lega e con il tacito consenso del Movimento Cinque Stelle, l’estate scorsa è infatti riuscito, unico in Europa, a recepire in senso estensivo la direttiva comunitaria che avrebbe dovuto restringere le maglie sulle armi: il numero di «armi sportive» (tra cui i fucili semiautomatici tipo Ak-47 o Ar-15, quelli cioè più usati nei mass shooting) detenibili è stato raddoppiato , portandolo da sei a dodici ed è stata raddoppiata anche la capacità dei caricatori acquistabili senza denuncia (da cinque a dieci colpi). Un autentico regalo ai produttori di armi. Così oggi, con una semplice licenza per tiro sportivo, per la caccia o per mera detenzione (nulla osta), è possibile tenersi in casa tre pistole con caricatori fino a 20 colpi, dodici «armi sportive» con caricatori da 10 colpi e un numero illimitato di fucili da caccia. Un autentico arsenale. Secondo alcune stime, sarebbero più di 700mila i fucili semiautomatici presenti nelle case degli italiani. Tutti con regolare licenza, certo. Ma viene da chiedersi a cosa possano servire, visto che le federazioni nazionali di tiro sportivo affermano che i loro soci sono poco più di 100mila. Anche includendo le associazioni locali e i poligoni privati non si arriva a 200mila aderenti. Mancano all’appello almeno 400mila possessori di armi con licenza per «tiro sportivo» . Per non parlare di molti altri, probabilmente due milioni che, pur continuando a possedere armi, da anni non rinnovano la licenza. Tutti armati. Fino ai denti. E la lobby delle armi si è organizzata. Le tre principali associazioni di settore armiero ( Anpam per i produttori, AssoArmieri per i commercianti e Conarmi per gli artigiani) l’anno scorso hanno diramato un comunicato nel quale invitano gli appassionati a tesserarsi a uno dei gruppi più attivi nel difendere gli interessi dei legali detentori di armi: il Comitato D-477, oggi Unarmi . L’obiettivo del gruppo, che fa parte della rete Firearms United con contatti diretti con la National Rifle Association ( NRA ) statunitense, è introdurre anche in Italia una sorta di «diritto alle armi» . Proprio come quello in vigore negli Stati uniti. I cui effetti devastanti sono sotto gli occhi di tutti. (Analista dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa – OPAL ) Articolo pubblicato anche sul il manifesto L'articolo Il diritto alle armi proviene da Comune-info .'

La sfiducia e i porti sicuri

Comunità Comune-info

Le persone a bordo di #OpenArms e #OceanViking vanno sbarcate subito L'articolo La sfiducia e i porti sicuri proviene da Comune-info .
'L’armatore sociale di Mediterranea, insultato e calunniato da Salvini, fa una proposta molto ragionevole al governo sfiduciato dopo l’approvazione del nefasto decreto sicurezza: “Facciamo che voi continuate il vostro spettacolo, ad uso e consumo dei vostri sostenitori e potenziali elettori, sui social e sulle spiagge e “liberate” le vite innocenti con cui fate i gradassi? Le persone a bordo di  #OpenArms  e   #OceanViking  vanno fatte sbarcare subito Foto tratta dalla pagina facebook Proactiva Open Arms Un Ministro sta per sfiduciare sé stesso e il Governo di cui fa parte. Non ha mai avuto la mia fiducia. Prima di esalar e l’ultimo respiro però continua a vendicarsi su persone inermi, uomini donne e bambini in fuga dalla guerra violenza e stupri. Centinaia di persone hanno bisogno di sbarcare prima possibile. Il decreto sicurezza bis, diventato legge, prevede che possa essere impedito alle navi che hanno salvato dei naufraghi di entrare nelle acque territoriali italiane. Questo impedimento viene predisposto dal ministero degli interni e controfirmato dai ministri della difesa e dei trasporti. Quindi tre ministri in questo momento stanno impedendo a uomini donne e bambini di poter sbarcare in un porto sicuro. Sono ministri di forze politiche diverse in “guerra” tra loro . Unica unione concorde quella di scaricare le proprie vigliacche frustrazioni su persone in stato di bisogno e necessità. Facciamo che voi continuate il vostro spettacolo, ad uso e consumo dei vostri sostenitori e potenziali elettori, sui social e sulle spiagge e “liberate” le vite innocenti con cui fate i gradassi?  Le persone a bordo di  #OpenArms  e  #OceanViking  vanno sbarcate subito. L'articolo La sfiducia e i porti sicuri proviene da Comune-info .'

Lavoriamo per fare comunità

Comunità Comune-info

Nei pressi delle stazioni ferroviarie, capita spesso d’imbattersi in stati d’animo senza mezze misure: il dolore estremo di una separazione, l’emozione profonda di un ritrovarsi… In via della Stazione Tuscolana, a Roma, i protagonisti di
'Nei pressi delle stazioni ferroviarie, capita spesso d’imbattersi in stati d’animo senza mezze misure: il dolore estremo di una separazione, l’emozione profonda di un ritrovarsi… In via della Stazione Tuscolana, a Roma, i protagonisti di un’appassionata e straordinaria lotta per regalare spazi e legami sociali alla città festeggiano un grande risultato ma lo fanno con un velo di preoccupazione. Ci sono volute 4 occupazioni e due sgomberi perché il progetto di Sport e Cultura Popolare (SCUP) trovasse un riconoscimento formale e un accordo per il comodato d’uso gratuito dei locali di proprietà della Rete Ferroviaria Italiana con il conseguente avvio dei lavori sul tetto in amianto presente nei locali. Una vittoria netta e importante. Eppure, non basta. Quelli di Scup non si pensano come un’isola felice, visto che hanno occhi aperti e orecchie attente per vedere e capire quel che succede a Roma e in tutta Italia in questa pesante estate. “Speriamo che la nostra vicenda sia da stimolo ad altri territori per attaccare il patrimonio inutilizzato di aziende ed enti che magari prevedono una politica di comodato . Siamo certi, però, che nel momento in cui ci sarà un contrasto con gli interessi dell’azienda, molto difficilmente avremo lo Stato e l’amministrazione dalla nostra parte”, scrivono. Così lavoreranno intensamente per essere una comunità sempre più ampia e intrecciata al territorio. Si tratta di colmare l’insufficienza della politica dei partiti e delle istituzioni amministrative, il vuoto che si sta scavando tra i principi della Costituzione e la tragicità di una società attraversata da malessere, violenza e sopraffazione. C’è sempre più bisogno di organizzarsi, coltivare umanità e relazioni, per avere un paese aperto, luoghi aperti, porti aperti, parchi aperti, e chiudere il capitolo nero che stiamo vivendo Foto di Eleonora Angeloni tratta dal Fb di Scup In quest’estate lugubre di decreti sicurezza e crisi di governo, Scup va controcorrente, e una volta tanto non piange ma festeggia: dopo quattro occupazioni e due sgomberi, il progetto di Sport e Cultura Popolare nato a via Nola 5 ha finalmente trovato un riconoscimento formale, ottenendo il comodato d’uso gratuito dello stabile di proprietà RFI di via della Stazione Tuscolana dove attualmente si trova. E non solo: a fine luglio la proprietà ha avviato il cantiere di bonifica del tetto in amianto, un problema di salute pubblica molto sentito dagli abitanti della zona e a lungo rimandato. Tutte ottime notizie, si direbbe. Eppure. Eppure abbiamo quella strana attitudine a non riuscire ad accontentarci se attorno a noi c’è qualcuno che soffre. E forse è per questa nostra caratteristica, questo tratto antropologico che ci limita nel godere del momento, che facciamo fatica a celebrare un risultato importante, tanto più per un piccolo gruppo di persone che ha dedicato tempo e energie ad un progetto collettivo, portando il peso di una sfida piena di insidie senza nessuna garanzia del risultato – com’è sempre in questi casi. Veder legittimata la nostra azione politica di rivendicazione, attraverso la pratica dell’occupazione di uno spazio abbandonato è stato un risultato importante, in uno scenario cittadino in cui questa stessa pratica viene attaccata e messa sotto accusa, sotto sfratto, sotto sgombero, quale che sia il suo valore sociale e la sua utilità per il tessuto urbano nella quale si è radicata ed è fiorita negli anni. Nel nostro caso né il Comune, né il Municipio VII, né l’azienda RFI hanno trovato argomenti contro la bontà del progetto, riconoscendo implicitamente come legittima l’azione di rottura che ha portato all’occupazione – peraltro nata da un corteo di solidarietà dopo i l precedente sgombero. Ma questo risultato è allo stesso tempo angusto per un’esperienza multiforme come la nostra, e la forme giuridiche del comodato d’uso a scadenza e dell’associazione di promozione sociale chiaramente non bastano a contenere un progetto come Scup – c he è mutualistico, sportivo, politico, sociale, culturale e cooperativo insieme. Una politica, quella di RFI, che, nonostante le sue grosse criticità, è certo più definita di quella confusa con cui la città di Roma ha normato nel corso delle diverse amministrazioni questo tipo di esperienze, che in alcuni casi hanno una storia pluridecennale. Esperienze che hanno riqualificato, tenuto in vita e rigenerato spazi altrimenti abbandonati, creando in molti casi realtà solide e vitali, laboratori, esperimenti, hub di partecipazione e servizi, migliorando i territori in cui si sono inserite, e a cui oggi si chiedono affitti, risarcimenti, e ovviamente lo sgombero dei locali. Si potrebbe pensare che il problema di questi spazi sia la legalità, la linea di confine tra lecito e illecito, ma  sarebbe andare fuori strada: persino l’attivismo civico, oggi, risulta appesantito da costi e trafile burocratiche, e a prendersi cura di una fazzoletto di verde o a spalare l’immondizia davanti il portone di casa si rischiano multe salate. Ma a chi, a cosa serve questa benedetta e restaurata legalità? Dopo uno sgombero, nella stragrande maggioranza dei casi, l’immobile un tempo occupato resta vuoto per anni. Marcisce, decade, va in rovina. Per certi versi, si accoda al destino di Roma, città delle rovine e degli immobili abbandonati, che si tratti di vecchie strutture pubbliche o di enti che così gestiscono il loro patrimonio, o di complessi industriali e agricoli ormai in disuso , o di immobili di grandi e piccole società private, che ne traggono un vantaggio economico anche tenendoli vuoti nel meccanismo di rendita e speculazione finanziaria. Ma le aree abbandonate e in disuso generano desolazione e sconforto, il famoso degrado – che altro poi non è se non solitudine, isolamento, inattività, le lenta morte del tessuto urbano definita  “sicurezza” . In questo caso, come nei problemi di natura ambientale (il tetto in amianto, ma anche la discarica, l’aeroporto, e così via), o nella mancanza di trasporti e servizi, l’uso della proprietà pubblica e privata risulta lesivo dei diritti fondamentali degli abitanti del territorio – tra i quali, è bene ricordarlo, rientra lo stesso diritto ad un’abitazione degna, ostacolato dal mercato e dalle politiche abitative pubbliche, che spinge le realtà dei movimenti per l’abitare a riempire i palazzi vuoti per soddisfare questo diritto. È sulla base di questo ragionamento che si è avviato ne gli scorsi anni un dibattito sull’utilità sociale, sull’uso civico e sugli articoli 42 e 43 della Costituzione, che delineano i limiti che sono da imporsi alla proprietà privata. E di esempi in cui l’interesse privato ha prodotto pochi benefici e per pochi, e tante conseguenze dannose per tanti è purtroppo piena la nostra storia; la politica assiste a questi affari – in molti casi agevola, in alcuni lucra – e non è quasi mai in grado di appoggiare chi si mobilita per rivendicare quei diritti, mentre è costante la regressione di tutto ciò che è servizio pubblico. Fortunatamente, nel micro avvengono tante piccole vittorie, ci sono laboratori urbani e territoriali, si attivano meccanismi di contrasto e costruzione di pratiche, di resistenza e alternativa. È un mondo che conosciamo a Roma e in altri territori in Italia – uno su tutti, confermato in questo luglio, quello della ValSusa dei No Tav. E anche fuori dall’Italia, perché sono dinamiche presenti a tutte le latitudini, problemi che non hanno confini: come le merci che si muovono da un continente all’altro e ci raccontano delle contraddizioni che hanno come denominatore comune lo sfruttamento, l’interesse egoistico e prevaricatore che ammala e uccide vite, territori e ambienti. Lo sfruttamento urbanistico è parte di questo sfruttamento generale . Eppure non saremmo completamente inermi: avremmo già diversi strumenti da poter applicare. Oltre ai già citati articoli della Costituzione si potrebbero mettere in campo azioni requisitorie per emergenze di ordine pubblico e pubblica sicurezza, per dare un tetto alle decine di migliaia di sfollati – tanti quanti sono gli sfratti per morosità incolpevole e richieste di casa popolare mai accolte – per mettere così, senza scuse, in primo piano, con tutta la sua drammaticità, la questione abitativa. Ma nessun pezzo dello Stato lo fa, in nessun forma, che sia dissuasiva o incentiva con politiche fiscali, che sia amministrativa, che sia di investimenti pubblici; l’unica formula è quella del non esserci, di tagliare. E quando c’è, c’è solo per essere debole con i forti e forte con i deboli, e incrementare, a colpi di decreti, le armi a disposizione per aumentare la repressione del dissenso. Non ci si pensa due volte a manganellare un presidio, contro una discarica o contro un licenziamento di massa; ma ci si guarda bene dallo scagliarsi con la stessa violenza contro gli atti criminali di persone potenti. Così, se ci è chiaro che questa vittoria a via della Stazione Tuscolana è importante, non possiamo non leggere in essa il fallimento della politica istituzionale, e il fatto che come cittadini siamo soli nell’affrontare un quadro generale ben più complesso, dove sono indispensabili organizzazione, coraggio, partecipazione, mutualismo, cooperazione, moltiplicazione e messa in comune delle esperienze. Speriamo che la nostra vicenda sia da stimolo ad altri territori per attaccare il patrimonio inutilizzato di aziende ed enti che magari prevedono una politica di comodato. Siamo certi però, che nel momento in cui ci sarà un contrasto con gli interessi dell’azienda, molto difficilmente avremo lo Stato e l’amministrazione dalla nostra parte. E quindi l avoreremo per essere una comunità sempre più ampia e sempre più intrecciata al territorio a cui si relaziona. Non possiamo non vedere che alla politica degli sgomberi bisogna sostituire un ragionamento per inquadrare in maniera virtuosa le esperienze positive ed elaborare un quadro normativo che favorisca gli slanci di collaborazione, di attivazione verso il patrimonio in disuso, per il quale le forme attuali di gestione amministrativa sono insufficienti e inadeguate, e spesso scollegate dalla realtà. Bisogna colmare l’insufficienza della politica partitica e delle istituzioni amministrative, questo vuoto che si sta scavando tra i principi enunciati in Costituzione e la tragicità di una società attraversata da malessere, da violenza e sopraffazione . E riconoscerci in questo, riconoscere di avere uno spazio – tanti spazi, in realtà – che possono raccogliere e far maturare questi slanci. E organizzarsi, coltivare umanità e relazioni, per avere un paese aperto, luoghi aperti, porti aperti, parchi aperti, e chiudere il capitolo nero che stiamo vivendo. L'articolo Lavoriamo per fare comunità proviene da Comune-info .'