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Ti sposo. Ma prima facciamo chiarezza

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L‘abito, l’anello, la torta: ci siamo. Ma prima di firmare il contratto di coppia a tempo (forse) indeterminato, esattamente quello che è un matrimonio, meglio chiarire certi dettagli pratici. Per carità, l’amore conta. Ma conviene cautelarsi, anche
'L ‘abito, l’anello, la torta: ci siamo. Ma prima di firmare il contratto di coppia a tempo (forse) indeterminato, esattamente quello che è un matrimonio, meglio chiarire certi dettagli pratici. Per carità, l’amore conta. Ma conviene cautelarsi, anche perché le regole stanno cambiando. Ricordate l’assegno di divorzio, quello che ha reso ricche tante signore più o meno note? A breve non esisterà (quasi) più. La Camera dei Deputati ha approvato all’unanimità la proposta di legge presentata da Alessia Morani del Pd, che dovrebbe passare in aula al Senato nelle prossime settimane. Un atto dovuto, perché da due anni si sovrapponevano sentenze a sentenze, e serviva un chiarimento legislativo. L’anno di svolta è stato il 2017: «Fino ad allora l’assegno di mantenimento era legato al tenore di vita della coppia, che veniva garantito al coniuge più debole» spiega l’avvocato Laura Logli, esperta in diritto di famiglia. Poi però è arrivata una sentenza della Cassazione che ha fatto scalpore, perché ha tolto l’assegno a Lisa Lowenstein, ex moglie di Vittorio Grilli, ministro dell’Economia del governo Monti. La motivazione: anche se tornata single, la signora era comunque in grado di badare a se stessa. Il caso ha fatto scuola, e nei tribunali è stata battaglia tra ex coniugi, con risultati alterni. Ora la nuova legge farà chiarezza. Insieme all’avvocato Logli, partiamo da qui per capire che cosa si deve sapere prima di sposarsi. L’assegno diventa piccolo piccolo La nuova legge non fa più riferimento né al tenore di vita, né ai sacrifici fatti nel corso del matrimonio. «Conta solo la situazione al momento del divorzio. In particolare: reddito, patrimonio, possibilità di lavorare, età e salute. Quindi, se una donna non ha reddito e non lavora, avrà l’assegno. Se lavora e guadagna meno del marito, lo riceverà ma più basso. In entrambi i casi, può scordarsi il precedente tenore di vita. E comunque l’assegno sparisce in caso di nuova convivenza o matrimonio». Una radicale modifica del costume, «perché fino a ieri tante donne che erano rimaste all’ombra del marito, facilitandogli vita e carriera, erano sicure che, in caso di divorzio, queste scelte venissero riconosciute». Ora non più. Quindi, care ragazze, l’autonomia è importantissima. Fare chiarezza sui soldi Di denaro si può, anzi si deve, parlare tra fidanzati. Soprattutto in assenza di una legge sui patti prematrimoniali (vedi box sopra). Il primo passo da discutere è: comunione o separazione dei beni? «Consiglio la comunione quando c’è una parte più debole che vuole sentirsi tutelata» spiega l’avvocato Logli. «Così tutti i beni acquistati nel matrimonio sono di proprietà di entrambi. La separazione invece è preferibile quando marito e moglie sono pari o quasi, dal punto di vista economico». Indispensabile è la chiarezza, soprattutto se lui impone a lei delle rinunce sul piano professionale. «Meglio avere un conto corrente cointestato con firma congiunta, essere beneficiari di una polizza assicurativa, farsi cointestare beni mobili. Sapere cosa c’è e dove. Ci sono donne che, se restano sole, non sanno dove mettere le mani. Se poi lui vi chiede di lasciare il lavoro, attente a documentarlo. Altrimenti, quando ci si allontana, potrebbe dire: è stata una sua libera scelta, voleva rimanere con i bambini». Ci sono anche mogli che danno una mano al lavoro del marito. Non sempre però fila tutto liscio. «Una moglie impegnata con il coniuge in un’attività commerciale, o in un’impresa, dovrebbe farsi pagare come dipendente. Oppure chiedere di costituire un’impresa familiare e partecipare agli utili. Meglio mettere tutto nero su bianco, da un notaio, altrimenti, il marito potrebbe dire che l’aiuto era occasionale. Se poi lui ha un’impresa che non naviga in buone acque, meglio creare un fondo patrimoniale che metta in garanzia i beni, a disposizione della famiglia. In questo modo i creditori non potranno prenderli». Attente alle parole Se vola un ceffone, andate via immediatamente. Sulla violenza fisica non si discute. Più difficile da riconoscere invece, ma ugualmente pericolosa, è quella psicologica. «Può prendere varie forme. A partire da quella economica» spiega l’avvocato. «Ci sono uomini che mettono la loro compagna nell’impossibilità di autogestirsi e si limitano a concederle una paghetta, senza accesso al bancomat o alle carte di credito. E c’è anche chi la sminuisce, la denigra, la isola. Bisogna stare attente alle prime avvisaglie. In caso, consultare uno specialista, così avrete una documentazione utile. E non pensiate che il sesso sia dovuto, soprattutto se non è condiviso nelle modalità: per esempio, se lui pretende lo scambio di coppia, meglio rivolgersi a uno psicologo. E fatevi rilasciare un bel referto scritto». Non dimenticare gli obblighi Il matrimonio impone anche dei doveri, e cioè «la coabitazione – a meno che uno non debba allontanarsi per lavoro, e l’altro sia d’accordo -, il contribuire alle esigenze della famiglia, l’assistenza morale e materiale, la fedeltà» enumera l’avvocato. Chi tradisce può pagarla cara: «Se il tradito dimostra che il tradimento è la causa della separazione, allora questa può essere addebitata al traditore». Se, insomma, un marito/moglie può provare che il matrimonio è andato in crisi per il tradimento, anche chi è più debole economicamente perde il diritto a chiedere soldi. Vale anche per i tradimenti virtuali: «Se una relazione platonica è coinvolgente, e il coniuge si sente messo da parte, può essere comunque contestata una violazione della fedeltà». Con conseguenze economiche. E ora arrivano i patti prematrimoniali Ci sono in tutti i Paesi anglosassoni, forse arriveranno da noi. E non per l’iniziativa di un parlamentare, ma del governo. A febbraio il Consiglio dei Ministri ha approvato la proposta di disegno di legge delega sui patti prematrimoniali che poi è stata assegnata alla Commissione Giustizia del Senato, ed è in attesa di discussione. «L’obiettivo è allineare l’Italia agli altri Paesi, superando l’idea negativa che questi accordi possano incentivare i divorzi» spiega la dottoressa Loredana Conidi dello studio Ludovici Piccone & Partners. «Al contrario, una negoziazione prima dell’eventuale crisi coniugale dovrebbe permettere di raggiungere un accordo soddisfacente per entrambe le parti, in fase di separazione, evitando conflitti». Ma quali sono i contenuti della proposta di legge che, riguarda anche le unioni civili? «Abbiamo solo le linee guida, ma si chiariscono già alcune novità importanti. Intanto, che i patti possono essere stipulati sia prima, sia durante il matrimonio, quando la situazione familiare è meglio definita. Poi, che possono regolare sia i rapporti patrimoniali, sia quelli personali, mettendo nero su bianco i principi della vita familiare e dell’educazione dei figli, presenti e futuri. Si stabiliscono anche le regole per gestire una eventuale crisi». Resta qualche perplessità: saranno utili solo ai milionari o a tutti? Quanto costeranno? E saranno pronti L'articolo Ti sposo. Ma prima facciamo chiarezza sembra essere il primo su iO Donna .'

Buccia di banana: Tiffany Smith e le star peggio vestite della settimana

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TIFFANY SMITH – Sì, sembra Meghan Markle, e proprio per questo ha interpretato il ruolo della duchessa in Harry&Meghan. A Royal Romance. E se la coppia conserverà un minimo di glamour, per Tiffany (36 anni) è spianata la strada del […] L'articolo
'T IFFANY SMITH – Sì, sembra Meghan Markle , e proprio per questo ha interpretato il ruolo della duchessa in Harry&Meghan. A Royal Romance . E se la coppia conserverà un minimo di glamour, per Tiffany (36 anni) è spianata la strada del successo. Che vita complicata deve essere quella di quasi sosia di Meghan Markle. Un particolare che le ha regalato il ruolo della sua vita, visto che nessuno ricorda la serie di Netflix Jane the Virgin nella quale ha lavorato. Ma è anche appesa a un filo vista la capacità dei duchi di Sussex di cadere in gaffe colossali. Tipo annunciare che Baby Archie avrebbe avuto un battesimo privato, e voler tenere segreti i nomi di padrini e madrine. Ma anche presentarsi al torneo di tennis a Wimbledon violando il dress code che alle signore richiede di vestirsi di bianco. Mentre Meghan era in jeans, top nero e il cappello tipo Panama. Vietato in tribuna perché ostacola la visuale di chi siede dietro. Se continua così, impersonare la più criticata dagli inglesi, che oltretutto le rinfacciano di sperperare il denaro versato per il mantenimento della famiglia reale, non sarà certo una sicurezza. Meglio cambiare (anche l’orribile vestito rosa) e cercare altri ruoli. Buccia di banana 2019 di Giusi Ferré sfoglia la gallery MARGHERITA TIESI – Furoreggia come una delle cosiddette “Veneri” nella fiction Il paradiso delle signore dopo aver esordito in Don Matteo. Giovane com’è (25 anni) finora ha sbagliato soltanto il look. CARLY HUGHES – Nel cast di American Housewife , produttrice a Broadway, appassionata di danza e fitness, non svela l’età. Ma ha una forma fisica perfetta che le permette purtroppo questo prendisole. ANDREA DELOGU – Anche le più intelligenti e spiritose a volte scivolano. Come succede a questa straordinaria ragazza (37 anni) con un abito genere tendona di pizzo. Da riservare alla serie Stracult. Da sinistra, Carly Huges, Tiffany Smith, Andrea Delogu e Margherita Tiesi L'articolo Buccia di banana: Tiffany Smith e le star peggio vestite della settimana sembra essere il primo su iO Donna .'

Allunaggio 1969: le donne pioniere dell’Apollo 11

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Di loro si parla raramente, eclissate dalla fama di coloro che, cinquant’anni fa, misero piede sulla superficie lunare per la prima volta. Ma se furono i maschietti il volto finale della missione, realizzando l’impossibile ed entrando nella
'Le donne della Nasa sfoglia la gallery D i loro si parla raramente, eclissate dalla fama di coloro che, cinquant’anni fa, misero piede sulla superficie lunare per la prima volta. Ma se furono i maschietti il volto finale della missione, realizzando l’impossibile ed entrando nella leggenda, dietro l’Apollo 11 ci furono altre storie , celebrate in sordina tra le centinaia di migliaia di persone che lavorarono per anni, producendo milioni di calcoli e componenti necessari alla costruzione della navicella e al completamento del suo straordinario viaggio. Tra esse, un gruppo di donne senza il cui apporto la missione avrebbe probabilmente avuto un esito diverso. Susan Finley lavora ancora per la Nasa Mentre Neil Armstrong pronunciava le storiche parole, “Questo è un piccolo passo per l’uomo ma un grande balzo per l’umanità”, a gioire sulla vecchia Terra furono, infatti, anche scienziate come Susan Finley, che a partire dagli anni Cinquanta lavorò al Deep Space Network della Nasa, il software che, collegando le gigantesche antenne radio installate nel mondo, riesce a rilevare anche i segnali più tenui, rendendo possibile le comunicazioni nello spazio indipendentemente dalla rotazione del pianeta o della navicella. Fu questo che permise quindi, alle parole di Armstrong di essere trasmesse in diretta in tutto il globo. Madre di due figli e con una passione che non accenna a diminuire tutt’oggi, la Finley non ha nessuna intenzione di andare in pensione: alla veneranda età di 82 anni, Susan lavora ancora per l’ente di ricerca spaziale ed è la dipendente con il maggior numero di anni di servizio, impegnata in diversi programmi, incluso “Juno”, la missione su Giove. Ed è proprio lei una delle pochissime persone in grado di captare, grazie a un software da lei stessa sviluppato, i debolissimi segnali della sonda in orbita attorno al pianeta, non udibili dall’orecchio umano. Il team era soprannominato “computer” Agli inizi della sua carriera, sul finire degli anni Cinquanta, la Finley faceva, però, parte di un team tutto al femminile di “coder”, programmatrici reclutate, nel lontano 1942, dall’intrepida “supervisor” Macie Roberts e il cui operato fu cruciale per il successo dell’Apollo 11. Soprannominate “computer”, queste signorine avevano il compito di eseguire a mano calcoli di traiettoria per il lancio di razzi e navicelle, poi utilizzati dal Mission Control. Ma c’è un motivo per cui la Roberts (che in passato era stata ispettrice del fisco) scelse solo donne: nell’atmosfera misogina dell’epoca, temeva di non essere ubbidita da dipendenti maschi. Famose sono, infatti, le sue parole: “Devi avere le sembianze di una ragazza, comportarti come una signora, pensare come un uomo e faticare come un cane”. La pilota –  astronauta Jerrie Cobb (Getty Images) Margaret Hamilton si portava la figlia in laboratorio All’ingegnere Margaret Hamilton si deve, invece, lo sviluppo del software di bordo che, risolvendo le complicazioni relative alle operazioni di sbarco, rese in effetti possibile l’allunaggio dell’Apollo 11. La sua grande ostinazione nell’affrontare grandi enigmi tecnologici è leggendaria, così come l’abitudine di portarsi in laboratorio la figlioletta Lauren nei fine settimana, facendola dormire accanto alla sua strumentazione. Direttrice della Divisione Software Engineering del Laboratorio di Strumentazione del MIT (Massachusetts Institute of Technology), la Hamilton è nota per aver risolto il problema, segnalato da Buzz Aldrin a pochi minuti dall’allunaggio, di un sovraccarico del processore centrale che, non avendo a disposizione la memoria su cui possiamo affidarci oggi, risultava gravato dai mille calcoli da completare in pochissimo tempo. Sarebbe stata proprio lei a evitare l’annullamento dell’intera operazione: il programma da lei messo a punto riescì a prevalere su tutte le altre funzioni dando priorità all’allunaggio. Negli anni Ottanta, la Hamilton, autrice e imprenditrice di successo, si è dedicata allo sviluppo dell’Universal Systems Language, un linguaggio di modellazione per la progettazione software – ultimo in una serie di grandi successi professionali che, nel 2016, all’età di 80 anni, l’hanno portata alla Casa Bianca per il conferimento da parte di Barack Obama della prestigiosa Medaglia Presidenziale della Libertà. Jerrie Cobb controlla la capsula spaziale Mercury (Photo by Smith Collection/Gado/Getty Images) L’unica donna del Mission Control Di fondamentale importanza per l’Apollo 11 fu anche l’apporto di Frances “Poppy” Northcutt, la prima donna a lavorare nel Mission Control Center di Houston in un ruolo operativo di supporto. Northcutt aveva iniziato a lavorare alla Nasa nel ’65, appena laureata, con il titolo di “computress”, un termine che l’aveva sorpresa in quanto, ha raccontato di recente, la descriveva “come un computer di un particolare sesso”. Durante gli studi di matematica aveva frequentato un corso in meccanica celeste e alla Nasa lavorò immediatamente al programma Gemini, predecessore dell’Apollo, passando poi al team di tecnici assegnato alla traiettoria di inserzione terrestre, la serie di manovre che pongono la navicella spaziale sulla via del ritorno sulla Terra dall’orbita lunare. Poppy fu presente nel Mission Control Centre durante varie missioni, pronta a offrire assistenza in situazioni di estrema urgenza, e i colleghi ingegneri si abituarono presto ad averla tra di loro, anche se la bella scienziata oggi rivela di aver scoperto, un giorno, di avere una telecamera puntata solo su di lei e di essere osservata continuamente. Non sorprende, quindi, se la consapevolezza di essere una delle poche donne in ruoli altamente tecnici l’ha portata a dedicarsi all’attivismo: al termine del programma Apollo, decise di studiare legge, diventando un avvocato penalista specializzato in diritti delle donne. Il diritto di contare, il film sulle tre eroine della NASA sfoglia la gallery C’era anche una matematica È chiaro però, che le varie Finley, Hamilton e Northcutt non avrebbero potuto godere della carriera che desideravano senza il cruciale contributo di tre scienziate matematiche di origini afroamericane, per molto tempo dimenticate dalla Nasa. Negli anni Cinquanta, Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson , appena uscite dall’università “per neri”, erano state assunte dal Langley Research Center, in Virginia, per ovviare alla carenza di personale maschile causata dalla Seconda guerra mondiale. Ma oltre all’atmosfera misogina del tempo, dovettero affrontare altri ostacoli, al tempo insuperabili: per legge erano, infatti, costrette a lavorare in uffici separati, a mangiare in aree riservate in mensa e a usare bagni lontani da quelli frequentati dai bianchi. Inoltre, non potevano aspirare a promozioni di alcun tipo. Discriminazioni che oggi fanno inorridire ma, nonostante le condizioni di segregazione, furono proprio i loro studi e i complessi calcoli effettuati a mano ma sempre con estrema rapidità e precisione a portare al successo del progetto Mercury, il primo programma Usa per missioni spaziali con equipaggio umano. L’ingegnere spaziale Mary Jackson analizzava i test di volo nelle gallerie del vento, mentre Dorothy Vaughan era esperta nella programmazione dei primi computer della Naca, l’ente che nel 1958 sarebbe diventato la Nasa. Katherine Johnson aveva, invece, il compito di completare i calcoli per le finestre di lancio e le traiettorie di volo. La sua reputazione era tale che, nel ‘62, l’astronauta John Glenn, che sarebbe diventare il primo a entrare in orbita attorno alla Terra, si rifiutò di volare sulla base di calcoli effettuati solo al computer e chiese a viva voce una riverifica da parte della Johnson. E per la missione dell’Apollo 11 fu lei a calcolare la traiettoria della navicella. Le pilote che spianarono la strada alle astronaute Intanto, si spianava la strada anche alle future astronaute, grazie a vere pioniere che avrebbero reso possibile l’arrivo della donna nello spazio. In quegli stessi anni, infatti, alcune americane, pilote di aerei civili, si sottoposero alle strenuanti prove del Women in Space Program, un programma non ufficiale che si proponeva di studiare le attitudini femminili in un contesto spaziale. Tra le partecipanti c’erano Jerrie Cobb, Jacqueline Cochran, Bea Steadman, Jerri Truhill e Rhea Woltman, pilote di grande esperienza e abituate a volare in condizioni di estrema pericolosità. Molte di esse superarono nel punteggio i colleghi maschi che partecipavano al programma Mercury della Nasa, ma le candidate furono ugualmente scartate e, pur dimostrando che le donne avevano dei notevoli vantaggi fisici rispetto agli uomini, i test femminili furono cancellati. Apollo 11, il maglione di Danny Torrance di Shining sfoglia la gallery Ci volle del tempo prima che l’ente si convincesse dell’idoneità delle donne, ma le gesta di Cobb e Co. non furono dimenticate. Come loro, altre pioniere americane si trovarono a dover affrontare ostacoli spesso impossibili e quelle che riuscirono a farsi impiegare dovettero accontentarsi di stipendi inferiori rispetto a quelli dei colleghi maschi. Ma tutte riuscirono comunque a farsi rispettare, aprendo via via la porta ai successi di oggi. E in tempi in cui la gara a livello globale per un ritorno a breve sulla Luna vede un raddoppiamento degli sforzi, sono tante le Susan Finley, le Margaret Hamilton e le Poppy Northcutt, senza dimenticare le matematiche afroamericane e le pilote pioniere, che stanno lavorando dietro e davanti le quinte. Gli Stati Uniti si propongono di compiere un nuovo allunaggio entro il 2024, obiettivo fissato per qualche anno dopo da Russia e Cina (che si propone anche di inviare essere umani su Marte nei prossimi dieci anni), oltre che India, Giappone e Israele. Una vera e propria “corsa all’oro” dell’era spaziale resa ancora più appetibile dalla scoperta, nel 2008, di tracce di acqua nel crateri della luna – una rivelazione che ha fatto emergere nuovi interessi geopolitici, e quindi economici e commerciali di grandi potenzialità. Ogni paese in gioco spera di arrivarci per primo, in modo da rivendicarne i diritti e fissare le regole per gli altri a venire. E tutti si propongono di includere almeno una donna nell’equipaggio. L'articolo Allunaggio 1969: le donne pioniere dell’Apollo 11 sembra essere il primo su iO Donna .'

Ute Lemper: «Sono una lady che pensa come un boss»

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È un incontro di anime, quello fra Ute Lemper e Max Mara. Lei è la cantante – ma anche attrice, autrice, perfomer – che il pubblico ha definito fin dagli esordi “la nuova Dietrich”: come la leggendaria Marlene è tedesca, […] L'articolo Ute Lemper:
'Ute Lemper, successi e carriera sfoglia la gallery È un incontro di anime, quello fra Ute Lemper e Max Mara. Lei è la cantante – ma anche attrice, autrice, perfomer – che il pubblico ha definito fin dagli esordi “la nuova Dietrich”: come la leggendaria Marlene è tedesca, alta, bionda, ha due gambe chilometriche e una voce profonda, fascino androgino ed eleganza naturale. Vederla esibirsi in uno spettacolo di brani intramontabili alla Spiegelsaal di Berlino vuol dire ritrovare non solo la Lola Lola di L’angelo azzurro ma anche la Sally Bowles di Cabaret , che Lemper ha impersonato conquistando il premio Molière. «I punti di riferimento dell’ultima collezione Max Mara sono Marlene Dietrich e David Bowie, e Ute Lemper sta esattamente a metà fra l’una e l’altro» afferma Ian Griffiths, Creative Director della maison che ha costruito intorno all’artista tedesca una sfilata memorabile attraverso il Neues Museum di Berlino: si è ispirato a lei e alla Dietrich per la collezione Max Mara Resort 2020. E la divina Ute ha voluto scendere la scalinata del museo mescolandosi alle altre modelle, tutte più o meno dell’età di sua figlia. «Volevamo dimostrare che Max Mara riflette il nostro mondo, fatto di varie etnie ed età, e lei ci ha sorpresi chiedendoci di non essere la star della serata, ma una donna fra le tante». 2001. Ute Lemper nei panni di Marlene Dietrich al Fridrichstadt Palast a Berlino in occasione del centenario della nascita della cantante Ute, in che modo il suo stile corrisponde a quello di Max Mara? La maison simboleggia raffinatezza, classe, emancipazione e libertà: tutte caratteristiche cui ho sempre cercato di ispirarmi. Certo, non mi aspettavo che mi chiedessero di essere la modella più stagionata della passerella! Del resto appartengo alla generazione che può davvero permettersi di acquistare abiti di alta moda, e l’idea di eleganza sofisticata guida tutti i miei spettacoli, come il Rendez-vous con Marlene con cui sto girando i teatri (arriverà al Piccolo di Milano il 20 maggio 2020, ndr ), ricordando il mio incontro telefonico con la Dietrich: una conversazione durata più di tre ore, in cui ha parlato della sua vita piena di glamour e di tormenti e del rapporto conflittuale con la figlia e con la Germania. Che cosa le piace della Dietrich? Anticipava i tempi, era libera e coraggiosa, e andava oltre le convenzioni in cui le donne sono state intrappolate per secoli. Lavorava come un uomo, diceva quello che pensava senza peli sulla lingua, dettava legge con un’autorevolezza “maschile” senza mai diventare meno femminile. E giocava con i generi, come fa lei… Certo: indossava frac e completi maschili e dichiarava apertamente la sua attrazione sia per gli uomini – ne ha avuti tanti! – sia per le donne. Ma non la definirei omosessuale o bisessuale. Marlene era tutto e il contrario di tutto, e diceva: «Quando provo attrazione per qualcuno voglio solo amare quella persona, indipendentemente dal genere cui appartiene». Anche lei è diventata un’icona gay. Sì, e la penso come Marilyn, anche se sono etero. Credo che l’amore abbia più a che fare con l’anima che con la sessualità. È responsabilità di un artista comunicare il proprio punto di vista? Sono sempre stata una ribelle e ho cercato di difendere ogni libertà di espressione: il mio repertorio non può che rispecchiare le mie convinzioni. Nemmeno nel privato so stare zitta: dico sempre la mia, e ad alta voce. 2012. Ute Lemper al Byblos International Festival a Byblos, a Beirut, in Libano Lei ha quattro figli: Max Emanuel e Stella, di 25 e 23 anni, nati dal matrimonio con lo scrittore David Tabatsky, Julian Lazaar e Jonas, di 13 e 7 anni, figli del suo secondo marito, il batterista Todd Turkisher. Ha trasmesso loro le sue convinzioni? Quella che le ha assorbite meglio è la femmina, forse perché mi ha sempre vista tenere testa ai mariti! (ride). Stella ha una grande forza interiore e non le importa del parere altrui: ad esempio ha smesso di truccarsi, affermando di voler convincere gli altri non perché è carina ma perché ha carattere. È laureata in Lettere e lavora per una compagnia hi-tech olandese. Max invece è laureato in Finanza, perché sostiene che in famiglia qualcuno deve saper gestire i miei guadagni! Julian fa ancora il liceo, e Jonas si sta rivelando un prodigio degli scacchi. È difficile conciliare la carriera con quattro figli? Quando è nato Max avevo 30 anni ed ero stanca della vita autoreferenziale dell’artista. Pensavo, nonostante i premi e i successi: non può essere tutto qui. Così sono arrivati Max e subito dopo Stella: io ero esausta, saltavo dal West End londinese a Broadway esibendomi per otto spettacoli a settimana, e la notte i bambini piccoli mi tenevano sveglia. Ce l’ho fatta perché dovevo, ma dovrei avere l’aspetto di una centenaria perché è come se avessi già vissuto dieci vite. Jonas è nato quando lei aveva 47 anni. È stato difficile rimettersi in gioco? I primi due figli erano cresciuti insieme, e volevo che anche il terzo, Julian, avesse l’esperienza di un fratello o una sorella quasi coetaneo. Il mio secondo marito è un uomo buono e generoso, ed è stato disposto ad aiutarmi molto con il più piccolo. Ma mi accorgo di essere una “madre tardiva” quando Jonas mi chiede di giocare a calcetto e dopo dieci minuti ho il fiato corto! Preferisco sfidarlo a scacchi, lasciando le imprese sportive a mio marito. 2015. Ute Lemper alla 24esima edizione di Classic Open Air alla Gendarmenmarkt di Berlino Che peraltro lavora meno di lei… Sì, sono io a portare a casa la pagnotta, come si suol dire. Ma se l’unità familiare funziona, si accetta che un partner guadagni più dell’altro, indipendentemente dal sesso, e nessuno si sente sminuito. Certo, è una bella responsabilità: spesso mi chiedo che succederebbe se, ad esempio, perdessi la voce. Ha mai dovuto scegliere fra famiglia e lavoro? Certo: ho abbandonato il sogno di una carriera nel cinema perché avrei dovuto trasferirmi sui set per mesi, e ho privilegiato il teatro e i concerti perché mi davano la possibilità di tornare a casa la sera. Ci sono stati sacrifici da parte di figli e mariti, e io ho vissuto con la sensazione di non trascorrere mai abbastanza tempo con loro. Ma credo che mi abbiano perdonata perché vedono che amo profondamente il mio lavoro, e che ci metto tutto il cuore e la creatività. Era questo che i suoi genitori sognavano per lei? Macché. Anche loro amavano la musica: mia madre aveva studiato canto lirico, ma dopo il matrimonio è andata a lavorare in banca e ha limitato le esibizioni ai concertini di Natale o al coro della chiesa. Mio padre, pure lui bancario, sarebbe stato un gran ballerino, suonava tutti gli strumenti e componeva canzoni. Ma consideravano queste cose hobby, e avrebbero voluto per me una carriera da insegnante. Invece dopo il diploma sono scappata a Vienna per studiare teatro e musica, ho avuto i primi ingaggi. Quando è arrivato il successo, hanno smesso di preoccuparsi. Ha mai ricevuto proposte indecenti? No, forse perché non ho mai fatto leva sul mio aspetto fisico e ho cercato di distinguermi col talento. Forse a qualcuno ho fatto paura: non sono mai stata mite e non ho mai avuto difficoltà a essere assertiva in ambienti maschili. Come Marlene, il mio motto è sempre stato: «Pensa come un boss, comportati come una lady». L'articolo Ute Lemper: «Sono una lady che pensa come un boss» sembra essere il primo su iO Donna .'

George di Cambridge compie 6 anni: 10 cose da sapere sul primogenito di Kate e William

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Anche George di Cambridge, figlio primogenito di Kate e William, ha le sue preferenze in fatto di look: adora una polo verde H&M da 5,99 sterline (quasi 7 euro) che indossa ogni estate. L’ha esibita durante l’ultima partita di polo […] L'articolo
'George di Cambridge, il piccolo principe compie 6 anni sfoglia la gallery A nche George di Cambridge, figlio primogenito di Kate e William, ha le sue preferenze in fatto di look : adora una polo verde H&M da 5,99 sterline (quasi 7 euro) che indossa ogni estate. L’ha esibita durante l’ultima partita di polo del padre e dello zio Harry nel Berkshire. Durante l’inaugurazione del Chelsea Flower Show garden i l mese scorso, e poi durante l’Houghton Horse Trials nel Norfolk nel 2018. Nato il 22 luglio 2013, a Londra, alle 15.24, il piccolo principe compie 6 anni. Da quando è venuto al mondo tutto è stato copiato del terzo erede al trono: dalla famosa copertina bianca da 20 sterline con cui è stato presentato al mondo alla T-shirt low cost da 9 sterline indossata nel 2016 per festeggiare i suoi tre anni. Lo chiamano “the prince George effect”. Di lui sono celebri ormai le vignette di Baby George ti disprezza per via delle sue smorfie caustiche. Eppure ci sono molti aspetti della sua personalità che si conoscono ancora poco. Allora, ecco, 10 cose da sapere su Baby George : 1. Ama giocare a tennis e ha palleggiato con Federer Non è un segreto per nessuno che i duchi di Cambridge amino il tennis. E non solo perché Kate è la madrina di Wimbledon. Nel parco della residenza di Anmer Hall, nel Norfolk, la coppia ha fatto costruire un campo da tennis dove si allena il piccolo George. A Londra il primogenito di Kate e William frequenta l’Hurlingham Club. La Middleton ha rivelato che il campione preferito del figlio è Roger Federer e che George ha potuto palleggiare con lui. 2. Vuole pilotare un elicottero Mamma Kate una volta ha rivelato che George ama gli aeroplani, proprio come suo padre, che ha lavorato per diversi anni come pilota in ambulanza aerea e ha già annunciato ai genitori di voler pilotare gli elicotteri. Basta rivedere le immagini del luglio 2017 e del luglio 2016. George in elicottero ad Amburgo con papà William. E poi con Kate Middleton al the Royal International Air Tattoo al RAF Fairford, in Inghilterra. Adorabile con le cuffie in testa. 3. Chiama la regina “Gan-Gan” George adora la bisnonna, la regina Elisabetta. I genitori hanno rivelato che ha coniato un vezzeggiativo per lei: la chiama “Gan-Gan”. «George la chiama così da quando aveva due anni e mezzo – ha confidato Kate secondo quanto riportato da Hello! Magazine. «Lei in cambio gli lascia sempre un piccolo regalo quando andiamo a stare a Palazzo e questo mostra il suo amore per la famiglia». 4. Adora pizza e pancakes George va matto per la pizza e per i pancakes. Sempre mamma Kate ha rivelato che in cucina fa sempre una grande confusione. Gioca con la farina e cerca di fare mini torte croccanti. Sembra gli piacciano molto anche le olive. A scuola viene spesso coinvolto in sessioni di cucina con i compagni di classe. 5. Vuole giocare sempre all’aperto Come tutti i bambini anche George preferisce giocare all’aperto. Lo si è visto di recente sul prato del Billingbear Polo Club , a Wokingham, dove con la sorellina Charlotte ha giocato a calcio. La nanny Maria Borrallo ha rivelato che ama andare in bicicletta, giocare con i cani e fare giardinaggio. Il principe George è un amante degli animali: l’abbiamo visto in diverse occasioni pubbliche, fin da piccolissimo, giocare e accarezzare ogni tipo di animale, dagli uccellini, alle farfalle ai coniglietti. Spesso dà una mano anche ai commessi che portano il food a casa. Una volta il lattaio è rimasto sorpreso : George è uscito di casa e si è offerto di dargli una mano. 6. Gli piace la danza Il principe William parlando con un ballerino junior alla BBC Radio 1’s Teen Awards ha detto che George è molto bravo a ballare. Sembra che anche lady Diana amasse la danza (celebre quella volta che si esibì con John Travolta alla Casa Bianca). Spesso George balla con la sorellina Charlotte. 7. Ha già una moneta commemorativa e un francobollo Per la sua nascita sono state emesse monete commemorative dalla  Royal Mint inglese, canadese e australiana. Inoltre, quando aveva solo due anni, il principe George ha posato insieme a papà William, nonno Carlo e bisnonna Elisabetta per il francobollo reale, in occasione del 90° compleanno della Regina. 8.  Ha ricevuto un presidente Usa in vestaglia La scena di George in vestaglia mentre stringe la mano a Obama è passata alla storia. Nell’aprile 2016, durante un incontro dei genitori con l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama e la First Lady Michelle Obama a Kensington Palace, è andato a salutare la coppia presidenziale in pigiama e ciabattine. Gli Obama gli avevano regalato un cavallo a dondolo. 9. È affascinato dai temporali e dai dinosauri Se la maggior parte dei bambini ha paura dei temporali, George li adora. Mamma Kate ha detto che ne è affascinato. Così come è affascinato dai dinosauri. Durante una visita all’ Acorn Children’s Hospice , a Birmingham, è rimasto impressionato da questi esseri preistorici, ha confessato papà William costringendoli a imparare tutto sull’argomento. 10. Non sa che un giorno diventerà re Il principe George è il primogenito del principe William, il duca di Cambridge, terzo in linea di successione per il trono. Il principe William ha dichiarato di non avergli ancora detto che un giorno diventerà re. «Ci sarà un tempo e un posto per parlare a George del suo futuro e insegnargli come adattarsi… . Ma in questo momento vogliamo solo mantenere un ambiente stabile e sicuro intorno a lui e mi impegno sempre a mostrargli tutto l’amore che ho per lui come padre», ha detto alla BBC. Leggi anche › George di Cambridge, tutto suo padre William (da piccolo) Leggi anche › George e Charlotte di Cambridge come papà William: non si divertono ai matrimoni Leggi anche › George e Charlotte paggetti (birichini) alle nozze dell’amica di Kate L'articolo George di Cambridge compie 6 anni: 10 cose da sapere sul primogenito di Kate e William sembra essere il primo su iO Donna .'

Heidi Klum e l’arte del kimono: la lunghissima preparazione per vestire l’abito tradizionale giapponese

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In Giappone per condurre Making The Cut, programma tv firmato Amazon Prime al quale partecipa  coem giudice anche Chiara Ferragni, Heidi Klum si è lasciata conquistare da uno dei simboli della cultura nipponica: il kimono. E, calzando anche i tabi
'Heidi Klum e Tom Kaulitz, nozze a sorpresa sfoglia la gallery I n Giappone per condurre Making The Cut , programma tv firmato Amazon Prime al quale partecipa  coem giudice anche Chiara Ferragni , Heidi Klum si è lasciata conquistare da uno dei simboli della cultura nipponica: il kimono. E, calzando anche i tabi (i tradizionali calzini con l’alluce separato) si è sottoposta alla lunga seduta necessaria per la cerimonia della vestizione, che prevede regole precisissime per indossare, unire e fissare le 12 parti che compongono il costume tradizionale del Sol Levante. La supermodella 46enne ha poi condiviso sui social il video della vestizione, ringraziando poi Hiroko Takahashi, una delle più note kimono artist del Paese, per la  « speciale esperienza »  regalatale con la cerimonia. Heidi Klum indossa il kimono In un secondo video, la Klum , ancora abbigliata nell’abito tradizionale, passeggia lungo le sponde di uno dei caratteristici laghetti giapponesi e commenta  « Bellissima Tokyo » , accompagnando il post su Twitter con due emoticon piene di cuoricini. Che la cultura giapponese avesse letteralmente conquistato la supermodella era del resto già sembrato evidente alcuni giorni fa, quando Heidi Klum aveva postato sul suo profilo instagram un video sexy e ammiccante  con una scritta in caratteri giapponesi: 私の人生のおやすみなさい愛私は私の目を閉じてあなたの夢. Che, tradotto, suona più o meno come  « Buona notte, amore mio. Chiudo gli occhi e penso a te » : un messaggio al marito Tom Kaulitz ma anche un modo per ribadire ai suoi fan l’amore che ha per Tokyo (già espresso in un tweet) e per far pratica con la lingua giapponese come in un altro post Twitter  con la didascalia  « Konnichi wa »  (“buongiorno” in giapponese fonetico). Heidi Klum: insta-gallery sfoglia la gallery Leggi anche › Chiara Ferragni è il nuovo giudice di Making the cut con Heidi Klum e Naomi Campbell Leggi anche › Sorpresa: Heidi Klum ha sposato il fidanzato Tom Kaulitz lo scorso febbraio (ma lo scopriamo solo ora) L'articolo Heidi Klum e l’arte del kimono: la lunghissima preparazione per vestire l’abito tradizionale giapponese sembra essere il primo su iO Donna .'

Harry e Meghan per Time sono tra le 25 personalità più influenti del web

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Si chiamerà Sussex Royal, la nuova fondazione di Harry e Meghan. Nei mesi scorsi la coppia si era “separata” dalla RoyalFoundation creata nel 2009 e gestita fino a quel momento con Kate e William. La denominazione completa sarà Sussex Royal […]
'Le foto scelte da Harry e Meghan per Instagram e perché sfoglia la gallery S i chiamerà Sussex Royal, la nuova fondazione di Harry e Meghan. Nei mesi scorsi la coppia si era “separata” dalla RoyalFoundation creata nel 2009 e gestita fino a quel momento con Kate e William. La denominazione completa sarà Sussex Royal The Foundation of the Duke and Duchess of Sussex, stando a un articolo di The Sun che ha rivelato per la notizia. Non c’è ancora la dichiarazione ufficiale sul profilo Instagram Sussex Royal. La registrazione è avvenuta il 1 luglio con il protocollo 12077679. Tutto pronto ma le critiche non mancano La fondazione si occuperà dei temi cari a Harry e Meghan come l’ambiente, l’educazione, l’Africa, i bambini svantaggiati e le charities filantropiche “reali”. Intanto si lavora dietro le quinte in attesa che Meghan Markle si riprenda dalla maternità. Per ora sono già state assunte due persone come manager, Sara Latham e Natalie Campbell. Nei prossimi mesi prenderà corpo tutto l’apparato. Come riporta il The Sun , però, pare che il nome della fondazione non sia stato accolto molto bene. “Sussex Royal” non si distinguerebbe da altri numerosi marchi o enti locali: Sussex Royal Hospital, Sussex Royal Prize Bull, Sussex Royal Course Golf. Tra le varie cose di cui si occuperà la fondazione, c’è la salvaguardia dei leoni. Questo spiega la presenza dei Duchi alla prima del film Il Re Leone a Londra e il loro viaggio in Sudafrica il prossimo autunno. Al contrario di quel che si dice la “separazione” dai duchi di Cambridge si è resa necessaria non per presunti liti interne, ma per le diverse responsabilità in seno alla Corona. Il principe William diventerà re e ha obblighi e impegni diversi, mentre i Sussex vogliono proseguire per conto proprio. Per Time sono tra i più influenti del web Harry e Meghan intanto sono stati “incoronati” da Time tra i 25 personaggi più influenti del web. Grazie al loro account Instagram @SussexRoyal lanciato in aprile. Com’è noto hanno raccolto 1 milione di follower in sei ore, un numero da record. Ora sono a circa 9 milioni. Solo la foto del battesimo di Archie ha raccolto quasi tre milioni di like. Nella classifica ci sono anche Donald Trump per la sua abilità nel comunicare (e stroncare) via Twitter, popstar come Cardi B e gli school strikers, gli studenti svedesi che seguono Greta Thunberg. Gli hashtag usati per il climate change, #FridaysforFuture and #SchoolStrike4Climate, hanno raggiunto quasi 2 milioni di persone. Frogmore Cottage, la nuova residenza dei duchi di Sussex sfoglia la gallery Un giardino bio Sembra intanto che fervano i lavori anche nell’orto di casa dei Sussex: nel parco intorno al loro Frogmore cottage, a Windsor, la coppia starebbe progettando un giardino bio per piantare ortaggi e frutti. Un’iniziativa con un progetto firmato da un architetto del verde e che prevede un’autorizzazione. Ogni cambiamento per una questione di sicurezza nazionale deve essere infatti convalidato. Anche il principe Carlo coltiva ortaggi bio nelle sue tenute, molti dei quali sono in vendita nel Regno Unito. Leggi anche › Harry e Meghan felici e innamorati alla première del film Il Re Leone Leggi anche › “Meghaned” o “Markled” d’ora in poi significa essere cancellati: lo dice l’Urban Dictionary Leggi anche › Effetto Meghan: quanto vale ogni look per l’industria della moda L'articolo Harry e Meghan per Time sono tra le 25 personalità più influenti del web sembra essere il primo su iO Donna .'

Lady Gaga e Bradley Cooper: è amore, convivono a New York

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Tra Lady Gaga e Bradley Cooper, è amore. I due convivrebbero da tempo nella casa di New York dell’attore e regista. L’indiscrezione circola insistentemente sul web, ma non è stata confermata ovviamente dai diretti interessati, non ancora almeno. Lo
'Lady Gaga e Bradley Cooper: è amore? sfoglia la gallery T ra Lady Gaga e Bradley Cooper, è amore. I due convivrebbero da tempo nella casa di New York dell’attore e regista. L’indiscrezione circola insistentemente sul web, ma non è stata confermata ovviamente dai diretti interessati, non ancora almeno. Lo scoop arriva da In Touch, settimanale americano specializzato in gossip. Una convivenza, certo, tenuta ben nascosta se vera, ma che presumibilmente diventerà ufficiale ora che Bradley e Irina Shayk, la ex compagna, hanno raggiunto un accordo sulla custodia della figlia Lea De Seine , di appena due anni. L’attore e la cantante fino a oggi hanno sempre negato di avere una storia d’amore in corso, sin da quando, nell’ultima notte degli Oscar, i due si erano lanciati in un duetto inequivocabile per A star is born. Bradley Cooper e Irina Shayk, fine della favola sfoglia la gallery Lady Gaga e Bradley Cooper convivono I bene informati giurano, invece, che quella tra Lady Gaga e Bradley Cooper sarà la love story dell’estate 2019. Non ci sono, però, ancora foto che dimostrino come la coppia viva già insieme. Mesi fa (guarda la gallery sopra) erano state scattate foto nella residenza dell’attore a Los Angeles in cui appariva Lady Germanotta . Le immagini si riferivano probabilmente alla loro collaborazione artistica per il film che è valso un Oscar a Lady Gaga. A New York Bradley Cooper vive nel West Village, non lontano dall’appartamento della sua ex compagna Irina. L’accordo tra i due prevede che entrambi vivano nella stessa città per la gestione congiunta della figlia. Una scelta che consentirà loro anche una certa flessibilità, dovuta ai continui impegni di lavoro di entrambi. La coppia non ha mai rivelato i motivi della separazione. Di recente la modella ha smentito la relazione dell’ex compagno con la cantante: «Penso sia umano. Se non puoi avere qualcosa, vuoi averlo per forza. È come se ci fosse una tenda e tu vuoi aprirla a tutti i costi. Credo sia curiosità». Di recente Irina Shayk ha detto anche di credere nel matrimonio. Per Lady Gaga, intanto, sembra un buon momento: ha lanciato la sua linea di make up House Laboratories. E sul gossip su Bradley Cooper si è limitata a dire, mesi fa, che “era l’effetto che volevano lei e Bradley”.   Quel che è certo è che a New York vivono tutti i protagonisti della love story più chiacchierata del 2019. Ecco come Lady Gaga guarda Bradley Cooper sfoglia la gallery Leggi anche › Bradley Cooper e Irina Shayk, c’è l’accordo sulla custodia della figlia Leggi anche › Bradley Cooper e Lady Gaga innamorati? Il gossip pre Oscar 2019 che infiamma i social Leggi anche › Irina Shayk con la valigia. Le immagini dell’addio a Bradley Cooper (e alla casa) L'articolo Lady Gaga e Bradley Cooper: è amore, convivono a New York sembra essere il primo su iO Donna .'

Meghan Markle e la “dura” vita da royal: la duchessa si confessa

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Studiata, osservata, criticata, redarguita: per Meghan Markle, 37 anni, la vita all’interno della famiglia reale non è facile. Tanto che lei stessa l’ha ammesso chiacchierando con Pharrell Williams durante la prima de Il Re Leone alla quale ha
'S tudiata, osservata, criticata, redarguita: per Meghan Markle, 37 anni, la vita all’interno della famiglia reale non è facile. Tanto che lei stessa l’ha ammesso chiacchierando con Pharrell Williams durante la prima de Il Re Leone alla quale ha partecipato con il marito Harry, 35. A un evento pubblico dopo la nascita del piccolo Archie , i duchi di Sussex si sono fermati sul red carpet a parlare con le star presenti alla prima, da Beyoncé a Elton John . E con il cantautore Pharrell Williams, produttore di diverse delle canzoni della colonna sonora del film Disney, hanno scambiato qualche battuta ripresi in un video pubblicato da ITV. Harry e Megan alla première del re Leone sfoglia la gallery I complimenti alla coppia Dopo un saluto informale a Harry, nel video si sente il musicista fare i complimenti alla coppia:  « Sono così felice per la vostra unione, l’amore è incredibile. È fantastico. Non datelo mai per scontato, ma non sapere che cosa possa significare per noi, con l’aria che si respira. Voglio dirvi che significa tanto per molti di noi, seriamente… Significa molto. Vi incoraggiamo, ragazzi ».  E Meghan ringrazia, ma sommessamente aggiunge:  « Loro non lo rendono facile ». Meghan forse non si sente a suo agio Una “confessione” che può riferirsi a più situazioni (dai presunti problemi con i cognati William e Kate alle pressioni da parte della famiglia reale, dal rapporto con il padre alle critiche dei media, fino ad arrivare agli hater sui social) ma che dà inequivocabilmente l’idea di quanto la duchessa si senta schiacciata dalla vita sotto i riflettori e dal ruolo di figura di spicco di un ambiente come quello del jet set mondiale nel quale, nonostante la sua carriera di attrice, non si sente a suo agio. E così, incurante del mantra della regina madre “ Never complain, never explain ” (mai lamentarsi, mai spiegare) che per i Windsor è diventato quasi una religione, anche questa volta Meghan ha rotto il protocollo lasciandosi andare a quel piccolo sfogo. Che se da una parte la fa apprezzare per la sua spontaneità, dall’altra le ha già attirato nuove critiche. Leggi anche › Harry e Meghan felici e innamorati alla première del film Il Re Leone Leggi anche › «Meghan Markle cinica e ambiziosa? Ma se ha mollato tutto per Harry» Parla la royal watcher, Leslie Carroll   L'articolo Meghan Markle e la “dura” vita da royal: la duchessa si confessa sembra essere il primo su iO Donna .'

Lili Hinstin: “Non chiamatemi direttore. Sono la direttrice del festival di Locarno”

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«I festival non possono invecchiare. Possono attraversare fasi diverse, cambiare, evolvere, ma devono restare eternamente giovani» spiega Marco Solari, dal 2000 presidente del festival di Locarno. La francese Lili Hinstin, classe 1977 – già
'«I festival non possono invecchiare. Possono attraversare fasi diverse, cambiare, evolvere, ma devono restare eternamente giovani» spiega Marco Solari, dal 2000 presidente del festival di Locarno. La francese Lili Hinstin, classe 1977 – già programmatrice della Académie de France a Roma, vice-direttrice artistica del parigino Cinéma du réel dal 2010 al 2013, poi a capo dell’Entrevues Belfort e ora neo-direttrice di Locarno (subentra all’italiano Carlo Chatrian, nominato direttore della Berlinale) – alla gioventù, dice, pensa spesso. Lili Hinstin, 42 anni. Scelta tra 35 candidati, unica donna direttrice di un grande festival internazionale (il budget della kermesse che si svolgerà quest’anno dal 7 al 17 agosto, è 11 milioni di euro, «pochi, la metà, un terzo, delle altre manifestazioni concorrenti» lamenta Solari) per raccontare questa sua prima edizione usa spesso l’aggettivo “politico” . «Abbiamo una responsabilità quando, da 5000 film che ci vengono inviati o che vediamo nei festival in giro per il mondo, riduciamo la selezione ufficiale a 128 pellicole (246 in totale, se si considerano le sezioni collaterali e la retrospettiva). Non siamo militanti, ma è chiaro che un festival diffonde idee, veicola uno sguardo sul mondo ». Il suo sguardo è cambiato nel corso del tempo. Così come il modo di chiamare le cose, racconta in italiano: «Quando vivevo a Roma per me era importante essere definita “direttore”. Forse mi dava sicurezza, forse 15 anni fa il mondo imponeva quella scelta. Ora la questione per me non esiste più: è chiaro, è ovvio che io sono la direttrice di Locarno, non il direttore». La Piazza Grande di Locarno. Al festival che è in grado di radunare 8000 persone a sera di fronte allo schermo più grande d’Europa in piazza Grande , quest’anno si è candidato un 27 per cento di film diretti da donne. E, sorpresa, la quota dei lungometraggi selezionati è salita al 40,6. «Sono sempre stata contraria all’idea delle quote, i film che il comitato ha scelto – e i maschi che ne fanno parte sono, se possibile, persino più femministi delle ragazze – sono state libere scelte, libere scoperte. La domanda che, da operatori di festival, ma non solo, dobbiamo porci, è: nelle scuole di cinema la proporzione è 50/50. Che cosa succede dopo? Quale sistema economico fa sì che la percentuale di autrici si riduca? I festival arrivano alla fine del processo, ma oltre a constatare la disparità possono e devono fare altro. U30, il progetto che Locarno ha attivato per dar voce alle nuove generazioni di professionisti del cinema ha selezionato 24 ragazzi e ragazze under 30 provenienti dalle Locarno Industry Academy International che il Festival organizza in giro per il mondo nel corso di tutto l’anno. È un punto di osservazione privilegiato». L’Atalante di Jean Vigo, la celebre sigla di Fuori Orario, trasmissione di Enrico Ghezzi, premio Utopia. «Le Academy accolgono giovani che abbiano scelto per il loro futuro professionale la regia, la produzione, la critica di cinema. Anche se sono contraria alle quote, ho deciso di riservare un posto a talenti provenienti dall’Africa. E mi rendo conto che può non fare una bella impressione. L’ho deciso su un treno, andando al festival di Cannes e ascoltando i produttori che viaggiavano con me parlare delle scuole dove avrebbero iscritto i loro figli. Sbarcando poi a Cannes ho visto un mondo di soli bianchi, borghesia che nutre se stessa , così diverso dal quartiere dove vivo a Parigi, dove c’è mescolanza, dove le scuole non sono esclusive e non offrono opportunità solo a pochi. Se vieni dall’Africa non hai lo stesso accesso alle cose del mondo di un parigino. Non è detto che riservare un posto ristabilisca l’equilibrio, ma è un primo passo». Hogar (Maternal), di Maura Delpero, l’unico film italiano in concorso. Non è un caso che tra le proposte dell’edizione 2019 del festival ci sia una retrospettiva intitolata Black Light che si propone di raccontare come i registi del ventesimo secolo abbiano presentato la questione politico-sociale black. Si apre con la copia restaurata di Fa’ la cosa giusta di Spike Lee, per il trentennale del film. E tra le chicche anche Coffy (1973) di Jack Hill con Pam Grier, qualcosa di più di una fonte di ispirazione per Jackie Brown di Quentin Tarantino che, a sua volta, porterà in piazza Grande C’era una volta a… Hollywood , nella versione rimontata rispetto a quella passata in concorso a Cannes. L’Italia è molto presente, come sempre, in questa edizione. In Concorso ci sarà Hogar di Maura Delpero, girato in Argentina in una casa gestita da Suor Paola, giovane suora appena arrivata a Buenos Aires dall’Italia per finire il noviziato e prendere i voti perpetui, casa che accoglie giovani, certe volte addirittura bambine bruscamente trasformate in madri. La famosa invasione degli orsi in Sicilia pre-apertura del festival, con la voce di Andrea Camilleri. Nella pre-apertura del festival, la versione italiana di La famosa invasione degli orsi in Sicilia di Lorenzo Mattotti: ed è Andrea Camilleri a dare la voce al patriarca. Molti gli omaggi, a Enrico Ghezzi, per cui è stato creato un premio ad hoc, “Utopia”, perché – spiega Hinstin – «con Fuori Orario  Ghezzi ha saputo dare vita al sogno di Roberto Rossellini, una tv come strumento democratico e di documentazione cinefila». E poi John Waters cui si ispirano le opere di videoartisti della realtà virtuale reclutati per il progetto Gender Bender. E Hilary Swank, premio Oscar e «simbolo ideale di questa mia prima edizione, attrice audace, simbolo della forza e della tenacia al femminile . Non ho paura che dicano che sono stata nominata in questo momento storico in quanto donna» conclude Hinstin. «Fino a ora i direttori venivano nominati in quanto uomini, quindi perché no. Meglio così della poco utile indignazione di Jacques Audiard (regista francese che all’ultima Mostra di Venezia disse: «Non è concepibile ci sia una sola regista in concorso», ndr) che dichiara: “Non ci sono direttrici di festival”, accreditando l’idea che così vada il mondo. Direttrici ce ne sono, e ce ne saranno sempre di più ».   L'articolo Lili Hinstin: “Non chiamatemi direttore. Sono la direttrice del festival di Locarno” sembra essere il primo su iO Donna .'